"Il dipinto di uno scrittore, il romanzo di un pittore"

Dal blog "Frammenti di sogni" - a cura di Lavinia Dafne

“Demetrio dai capelli verdi” del talentuoso Marco Mazzanti, edito dalla Edizioni Eiffel è un Romanzo Pittorico. Il romanzo di un pittore e il dipinto di uno scrittore. Non credo di esagerare nel dire che questo libro meriterebbe di troneggiare nelle classifiche dei best sellers nostrani e stranieri, e in poche righe tenterò di spiegarvi il perché.

Demetrio, che soltanto nel titolo potrebbe ricordare il film del 1948 “il ragazzo dai capelli verdi” di Joseph Losey, è il personaggio intorno al quale la vicenda si disegna. Disegna, non costruisce, perché il romanzo è pregno di colori, sensazioni intense e cromatiche, e le sue descrizioni sono pennellate delicate e intense allo stesso tempo.

L’emarginazione e il senso di non appartenenza a nessun “dove” si esprime in un personaggio dell’altrove, non solo misterioso ma “misterico”, il quale, come i “bambini eletti del mito” non conosce le sue radici, ma ne porta il segno nel corpo, un corpo flessuoso come un frassino, candido e spruzzato di efelidi azzurrognole, il corpo di un essere dei boschi, un elfo o un folletto, ma ancora di più un’amadriade di sesso maschile, uno spirito degli alberi, la cui chioma verdeggiante è al centro del suo isolamento e della sua bellezza. I colori non sono pennellate casuali: gli occhi di Demetrio, “castani di resina del Baltico” (cit.), inquieti e spalancati su un mondo ch’egli teme e agogna, sembrano rintoccare come un epiteto fisso, che li descrive come la resina turgida dei tronchi, come le lacrime di questo giovane, alla ricerca di sé e di qualcuno a cui associare la sua sorte.

I personaggi sono tutti caratterizzati con una profonda e variegata umanità, ti ci affezioni, li senti vivere, pensare, li vedi perfino, ma poi, come nella vita, se ne vanno, Demetrio se ne stacca e prosegue solo, come ognuno di noi.

Nelle due parti che compongono l’opera, ogni storia è una storia di dolore e rimorsi, di personale emarginazione, e un senso di disagio e inadeguatezza unisce Demetrio, simbolo di questa alterità, a coloro ai quali finisce per legarsi: Greta, Charlotte, Jean Marcel, suor Margherita e Dodo. Ma due sole sono le donne di DeMì, Roze e Margherita… Due nomi di fiori!

Demetrio conosce alcune parole “strane”, ma non sa da dove provengano, vede luoghi nei quali mai è stato, ma non sa come e perché. Brilla della luce di quello “shinta” che lo anima e che fluisce in lui, e partecipa del sole e della sua divina luminosità, come una linfa che lo rigenera.

La simbologia, mai pesante o sovrabbondante, conduce per mano il lettore verso il mondo degli intimi turbamenti e dell’amarezza nostalgica, un po’ misteriosa ed evanescente, di questa creatura boschiva, tuttavia sanguigna nella sua concretezza.

Mazzanti ha creato un’opera di genere fantastico – non un fantasy, è bene ribadirlo – ma un fantastico che si intreccia con la fiaba e il dramma, che sembra ispirarsi alla grande narrativa russa e all’ambigua e suadente atmosfera de “Il Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. Trapelano elementi di “realismo magico”, caro allo scrittore, di surreale e onirico, di allegorico e favolistico, ma all’interno di un romanzo di formazione, che racconta il desiderio struggente di amore e comprensione, di condivisione e amicizia di un’anima splendente eppure sola per la sua diversità. Il romanzo di Demetrio non fugge la realtà, ma si immerge in essa e cambia le sue sfumature come al ruotare di un magico caleidoscopio.
Mazzanti ha indicato una strada nuova al fantasy italiano, una strada che penso sia la scommessa – vincente – per le nuove generazioni di scrittori che non vogliano ritornare sul “già letto”, ma sappiano osare e sperimentare, al fine di dimostrare che anche la letteratura fantastica può affrontare tematiche impegnate e sofferte, ed è capace di toccare le corde più profonde dell’animo.

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